Renzo Piano: «Il nostro "rammendo" delle periferie è fatto di piccole gocce». Il lavoro del G124 presentato al Senato

 «Se le gocce sono giuste e sono tante - continua il senatore - si fa un mare e magari è anche un mare pieno di sardine»

Rabdomanti in cerca di buone energie, umane e sociali. Fautori del dialogo disinteressato, lavorano partendo da un budget praticamente nullo. Ma riescono comunque a costruire strategie e micro-architetture. Il tutto intessendo alleanze e andando alla ricerca di piccoli finanziamenti. Un bilancio del G124 edizione 2019

Rabdomanti in cerca di buone energie, umane e sociali, capaci di smuovere istituzioni, amministratori e stakeholder e di dar vita ad azioni che funzionino da driver per la rigenerazione urbana. Fautori del dialogo disinteressato e di interventi da costruire nell'interesse delle comunità, lavorano partendo da un budget praticamente nullo. Ma riescono comunque a costruire strategie e micro-architetture. Il tutto intessendo alleanze e andando alla ricerca di piccoli finanziamenti. Così lavora il team del G124, che con Renzo Piano si prende cura delle periferie italiane.

Lo scorso 28 novembre, al Senato, la squadra di "architetti condotti", "stipendiati" per un anno dal senatore a vita, era al completo. Circa trenta ragazzi, e relativi tutor, che in sei anni (da quando Piano è stato nominato senatore a vita) hanno lavorato in diverse periferie.

In sei anni coinvolti 30 ragazzi: le loro azioni come "gocce"

«Abbiamo percorso l'Italia, abbiamo incominciato il primo anno a Catania, nel quartiere di Librino, sempre quell'anno eravamo a Roma e a Torino, nel borgo Vittoria. L'anno successivo siamo andati al Giambellino, a Milano, poi l'anno dopo a Marghera e poi a Sora, dove ieri abbiamo inaugurato il cantiere di una piccola scuola. Quest'anno abbiamo coinvolto dodici ragazzi che hanno lavorato su quattro progetti e ogni gruppo ha anche un tutor, un docente universitario», ha ricordato Piano nella riunione di lavoro (alla quale era presente anche la stampa), avvenuta a Palazzo Giustiniani, nella splendida sala Zuccari.

Nell'incontro si è fatto il punto del lavoro svolto quest'anno nelle periferie di Padova, di Milano, di Siracusa e nel carcere di Rebibbia a Roma. Il senatore a vita ha anche indirizzato un importante messaggio ai politici, «neanche troppo in codice», ha detto. Piano ha ricordato che «il nostro Paese, così bello e così fragile, ha bisogno di un grande progetto di rammendo. La parola rammendo è stata introdotta nel nostro lavoro qualche anno fa da Marco Ermentini, che è stato uno dei collaboratori di questo progetto», ha affermato. «Il nostro Paese - ha continuato l'architetto - ha bisogno di un grande rammendo del territorio, sono tanti i problemi che abbiamo: idraulici, geologici, nelle periferie, non parliamo dei ponti, un ponte non ha diritto di crollare. L'idea è molto semplice: facciamo queste piccole cose che sono come tante gocce, però se queste gocce sono giuste, e se sono tante, con esse si fa un mare e magari è anche un mare pieno di sardine».

Renzo Piano: «La vera sfida del futuro è nelle periferie»

«Amo i centri delle città, ci mancherebbe, però la vera sfida del futuro è nelle periferie. Le periferie sono fabbriche di desideri, di aspirazioni e poi nelle periferie abita l'80, il 90 per cento delle persone che vivono in città. Questa parola è sempre accompagnata da un aggettivo denigratorio, sono: lontane, tristi, abbandonate. Ma non è mica vero: quando ci lavori scopri che sono piene di energia e non solo, anche di bellezza. C'è bellezza umana, ma anche la bellezza tout court. È l'idea di bellezza che si coniuga con l'idea di qualità», ha osservato Piano.

L'invito ad occuparsi delle fragilità del nostro territorio non è l'unico che Piano invia ai politici, ma tra le righe c'è forse anche la richiesta di avviare un dialogo sinceramente proteso verso il bene comune. «Non è vero che il dialogo non può esserci nelle periferie, basta volerlo e costruirlo», sottolinea il senatore.

I lavori presentati sono solo apparentemente modesti, perché dietro al più piccolo intervento architettonico si cela tanto studio e una presenza costante sul posto da parte dei giovani progettisti. «Io li chiamo architetti condotti, questa idea nobilita immediatamente il mestiere, gli dà un aggancio alla realtà delle cose. E l'aggancio alla realtà delle cose è l'anima della politica», aggiunge Piano. «Non si può dimenticare - continua il senatore - che politica viene da polis e i neoeletti amministratori nell'antica Grecia facevano un discorso splendido, il più breve che esista, dicevano agli ateniesi raccolti nell'agorà: "Vi prometto, ateniesi, di restituirvi Atene più bella di come me l'avete consegnata". E in quella parola: "più bella" c'era tutto perché bello era Kalòs, quindi significava non solo bella, ma anche buona».

I LAVORI DEL G124 2019

Padova ha acceso i riflettori sull'Arcella

«Abbiamo progettato per tutto l'anno azioni concrete», sottolinea Edoardo Narne, docente dell'Università di Padova e coordinatore dei tre borsisti che hanno lavorato nella città veneta: Marco Lumini, Francesca Memo e Alberto Michielotto.

«Ciò ha rappresentato un importante cambio di paradigma all'interno dell'Università: dall'analisi urbanistica siamo passati velocemente alla scala umana, cercando una prospettiva differente, un'angolatura che ci permettesse di attuare azioni empatiche dal di dentro delle comunità coinvolte. Per noi di Padova il quartiere Arcella con le sue strade, i suoi locali, le differenti realtà, è diventato una seconda aula universitaria», osserva Narne. «Per mesi abbiamo ascoltato e discusso di sogni con gli abitanti del quartiere, lavorando a piccoli progetti che potessero riconsegnare alle periferie quell'identità che faticosamente stanno cercando», chiosa il professore.

L'ingresso della parrocchia San Carlo Borromeo all'Arcella dopo il restyling. © G124 - fotografia di Marco Lumini

IL PROGETTO IN DETTAGLIO
• G124: terminato a Padova il primo micro-cantiere del gruppo di lavoro del senatore Piano

«L'idea di lavorare a San Carlo è nata dopo la collaborazione fra l'Università di Padova e la parrocchia di San Carlo Borromeo all'Arcella, dove l'Ateneo ha aperto le prime aule studio. Ci è sembrata una scintilla importante per cui abbiamo voluto accompagnare il processo di apertura alle periferie dell'Università di Padova», racconta Francesca Memo. Lo scorso 19 maggio i rinnovati spazi della parrocchia sono stati inaugurati. 

Il lavoro - che ha coinvolto don Diego Cattelan (il parroco di San Carlo), i parrocchiani e trenta studenti della Facoltà di Ingegneria Edile e Architettura di Padova (Iea Made) - ha dato valore ad alcuni ambienti della parrocchia. Ne sono derivati: un ingresso accogliente dove poter sostare, una piccola galleria espositiva, un'emeroteca, una sala polivalente completamente riorganizzata grazie ad arredi definiti "magic box", un bar e una corte interna completamente rinnovati.

Da maggio i tre borsisti si sono occupati dell'area di Borgomagno, sempre all'Arcella. Si tratta di una piccola area, a ridosso del centro storico, stretta tra un parcheggio multipiano, una rotatoria e la ferrovia. «Potrebbe diventare la porta di ingresso all'Arcella: un luogo di incontro ma anche una cerniera tra la struttura di trasporto ferroviario e il quartiere», osserva Francesca Memo. «Abbiamo voluto - continua - conoscere le realtà che frequentano il quartiere, caratterizzato da una forte presenza di comunità straniere, che rappresentano circa il 35 per cento degli abitanti».

La rigenerazione dell'ansa di Borgomagno, Render © G124 Padova

Il progetto - che per la parte urbanistica si è avvalso del contributo del professore Michelangelo Savino del dipartimento ICEA dell'Università di Padova - è partito dall'ascolto delle comunità, delle associazioni e dei commercianti e dal confronto con l'amministrazione. I tre borsisti hanno previsto la realizzazione di una piazza protetta da una sala civica sollevata dal suolo e  di un bike-center con officina di quartiere. «Abbiamo accolto l'esigenza, espressa dalle comunità, di avere un luogo di incontro e di condivisione», rimarca la giovane progettista.

Roma, a Rebibbia quasi terminata la casa dell'affettività

Il team di Roma, formato da Martina Passeri, Tommaso Marenaci e Attilio Mazzetto, coordinato da Pisana Posocco, docente di progettazione architettonica all'Università Sapienza, ha lavorato alla progettazione e realizzazione della «Casa dell'affettività» all'interno del carcere di Rebibbia, a Roma. Si tratta di un piccolo spazio abitativo, immerso nel verde e contenuto in 28 mq, dove le detenute potranno riunirsi con i propri familiari, beneficiando di un ambiente domestico, accogliente e rassicurante. Il progetto, in fase di realizzazione, è stato battezzato M.A.MA., acronimo di Modulo per l'Affettività e la Maternità.

«La collaborazione più importante è stata quella instaurata con il DAP, il Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria che ci ha supportato e indirizzato nelle nostre scelte. Abbiamo pensato che l'architettura potesse essere l'occasione per creare dei luoghi per stare assieme e per dare modo a chi vive dentro un carcere di immaginare un futuro», racconta Posocco.

Il progetto del M.A.MA, disegni e render © G124 Roma

IL PROGETTO IN DETTAGLIO*
• G124: avviati i cantieri "solidali" e pronto il progetto per la "casa dell'affettività" nel carcere di Rebibbia
Presto su professioneArchitetto un focus dedicato al M.A.MA

La casa dell'affettività «è realizzata dai detenuti con un lavoro retribuito e questo permette a chi sta dentro al carcere di mantenere un contatto reale con le famiglie fuori», aggiunge la professoressa. Tutta la parte strutturale di legno, composta da telai e travi di collegamento, insieme alle pannellature, sempre lignee, è stata realizzata nella falegnameria del carcere di Viterbo. La piccola "casa" è quasi terminata e la si sta costruendo all'interno di un giardino situato nella casa circondariale femminile di Rebibbia. Fondamentale è stata la collaborazione, inoltre, con il ministero di Giustizia e con il personale dirigente della casa circondariale e dell'ufficio tecnico del carcere. Oltre ai tre ragazzi del G124, stanno lavorando al montaggio e alle finiture del prototipo alcuni detenuti di Viterbo e alcune detenute di Rebibbia.

«Il nostro prototipo - racconta Tommaso Marenaci - punta ad essere un luogo di incontro dove le detenute possano avere dei colloqui prolungati con le proprie famiglie, quindi un piccolo spazio che si avvicini di più ad un ambiente domestico. Un luogo, dunque, che tenta di far estraniare le detenute dagli spazi che frequentano giornalmente».

«Il M.A.MA ha un unico ambiente preceduto da un piccolo ingresso, coperto ma comunque all'esterno, e comprende un piccolo modulo di servizio. Ha una forma iconica che rimanda direttamente all'idea di casa. Tutti gli aspetti tecnici sono stati studiati per facilitare il più possibile la lavorazione e il montaggio del manufatto», sottolinea Marenaci.

I calcoli strutturali sono stati realizzati grazie alla collaborazione di Francesco Romeo, ingegnere e docente di Scienze delle costruzioni all'Università Sapienza, e Maurizio Giodice, architetto, dottore e assegnista di ricerca dell'Ateneo romano.

Milano fa rinascere un'ex scuola con il riuso 

Le tre borsiste che hanno agito su Milano: Maria Giulia Atzeni, Alessia Cerri e Sara Sapone, coordinate dalla loro tutor, Raffaella Neri, docente di composizione architettonica e urbana al Politecnico di Milano, hanno dato nuova vita ad un'ex scuola del quartiere Niguarda, trasformando gli spazi comuni della struttura abitata da numerose associazioni del terzo settore. Fondamentale la collaborazione con il Municipio 9.

«L'ex scuola è abitata da associazioni che, come in un grande condominio, non condividevano molto questo spazio. Dare nuova identità, nuovo carattere agli spazi collettivi di questa ex scuola, attraverso piccole opere, è stato l'obiettivo», racconta Raffaella Neri. «Lo abbiamo fatto con pochissime risorse - sottolinea la docente - e lavorando molto sul riuso e sul riciclo di materiali, in parte anche donati. Riteniamo questo lavoro l'inizio di un processo che possa migliorare il sentimento di affezione e di appartenenza degli abitanti a questo luogo. Speriamo ch la "Casa di quartiere", questo è il nome che abbiamo dato all'ex scuola, possa essere percepita dagli abitanti come una casa di tutti e non più solo come una casa di nessuno», conclude Raffaella Neri.

Gli spazi collettivi della "Casa di quartiere". © G124 - fotografia di Alessandro Lana

IL PROGETTO IN DETTAGLIO
Milano, i tre architetti del G124 rigenerano l'ex scuola di Niguarda con economia circolare, welfare e solidarietà

«Armate di biciclette - riferisce Sara Sapone - ci siamo avventurate in tutti gli angoli della città e abbiamo scoperto che nelle periferie, anche quelle più malfamate, in quelle che hanno la nomea peggiore, ci sono comunque degli angoli di bellezza. Siamo arrivate a Niguarda, che è quasi una piccola città, infatti ha 190mila abitanti, e abbiamo iniziato a studiare il quartiere». «Abbiamo poi definito un punto di intervento, ossia l'ex scuola, un edificio progettato dall'architetto Gandolfi». «Abbiamo lavorato partendo da budget praticamente nullo e diverse realtà ci hanno donato materiali», racconta ancora la giovane progettista. Alcuni arredi provengono da un deposito comunale dove le tre ragazze hanno trovato, e quindi riutilizzato, alcuni arredi degli ex padiglioni dell'Expo 2015. Il lavoro si è concentrato sull'atrio e sull'ingresso, rendendoli accoglienti e ben riconoscibili. È stato creato un piccolo teatro adattabile a diversi usi e poi si è lavorato sul giardino realizzando arredi e predisponendolo per un orto comune che sarà inaugurato in primavera.

«Nelle edificio c'era anche la casa del custode, chiusa da anni, abbiamo fatto sì che l'amministrazione potesse riappropriarsene proponendo come possibile sistemazione una sala da lettura o uno spazio per associazioni», aggiunge Sara Sapone.

Micro-architetture, partecipazione e un piano strategico per la rigenerazione della Mazzarrona

«Abbiamo lavorato ad un luogo di singolare bellezza, scelto da Michelangelo Antonioni nel 1960 per la sequenza finale de "L'Avventura", costruito tra gli anni '60 e '70; ad una periferia distante dal centro, separata dal mare dalla linea ferroviaria. Oggi il sedime dei binari è occupato dalla pista ciclabile che non costituisce più un limite verso il mare, ma collega il quartiere al centro urbano. L'intera area del quartiere è limitrofa al sistema delle mura dionigiane, la struttura difensiva del V secolo a. C. che ha un'estensione di 27 chilometri. Una condizione paesaggistica e archeologica del tutto eccezionale che, se colta nelle sue potenzialità, può trasformare la condizione di marginalità della periferia in una nuova centralità urbana», racconta Bruno Messina, professore di progettazione architettonica e urbana alla Scuola di Architettura di Siracusa (Università di Catania), che ha coordinato il lavori dei tre borsisti: Carmelo Antonuccio, Tommaso Bartoloni e Giuseppe Cultraro.

La Mazzarrona, in alto la scala di collegamento tra la costa e la pista ciclabile. In basso il presidio del G124 nell'ex circoscrizione. © G124 - Fotografia Alessandro Lana

IL PROGETTO IN DETTAGLIO
• Siracusa, il team del G124 accende un faro sul quartiere periferico della Mazzarrona

Il lavoro sul quartiere è partito dall'ascolto dei cittadini, attraverso un processo di partecipazione che ha coinvolto le istituzioni e tutti i portatori di interesse. «Abbiamo coinvolto l'amministrazione in primis, la direzione del parco archeologico, il provveditorato agli studi, l'Ance, l'Ordine nazionale degli assistenti sociali, le scuole, le cooperative sociali del quartiere e il terzo ordine regolare dei Francescani che svolge un importante ruolo nel quartiere. Questo percorso ha incontrato la piena disponibilità dei cittadini che hanno riconosciuto nel nostro Ateneo un'istituzione super partes, capace di far dialogare enti diversi», continua Messina. «Confidiamo - aggiunge - nella collaborazione con l'INDA (Istituto Nazionale del Dramma Antico) che potrebbe avere un ruolo determinante nell'organizzazione di eventi culturali nel quartiere. Speriamo che il nostro lavoro possa indicare strategie utili di rigenerazione urbana e sociale e che gli esiti raggiunti costituiscano un primo concreto punto di partenza per le azioni future».

«Per noi è stata importante soprattutto la fase di ascolto - sottolinea Tommaso Bartoloni -: entrare nel quartiere ha significato per noi conoscere le storie di vita degli abitanti per essere legittimati come persone, prima ancora di essere considerati come estranei». Il G124 ha funzionato da collante tra Università, amministrazione locale, Ente parco, terzo settore, imprenditori e cittadini, accendendo l'interesse per l'area e creando le condizioni per una reale rigenerazione urbana. 

L'ascolto, l'organizzazione di eventi pensati ad hoc, il coinvolgimento di importanti esperti nel lavoro sul territorio, ha permesso di «definire le domande di progettazione» e di «stabilire un rapporto di fiducia con gli abitanti», inoltre «la progettazione partecipata ha determinato anche la creazione di micro-architetture», sottolinea Bartoloni. A servizio del campetto di calcio, su cui l'amministrazione comunale poserà il manto erboso, i ragazzi del G124 stanno realizzando una piccola tribuna di legno progettata e realizzata con il laboratorio "Allestiamoci" della Scuola di Architettura di Siracusa, coordinato dal professore Gianfranco Gianfriddo.  Insieme agli abitanti e alla cooperativa sociale "Insieme", hanno realizzato una scala di multistrato marino che va a stabilire una connessione tra la pista ciclabile, il quartiere e la linea di costa. E poi è stato realizzato un prototipo di seduta sistemato in un punto strategico della costa.

L'amministrazione comunale, inoltre, ha concesso al gruppo G124 di Siracusa una stanza all'interno della sede di un'ex circoscrizione, sempre all'interno del quartiere della Mazzarrona. I tre architetti del G124 hanno reso accogliente la stanza grazie a delle pannellature in legno e ad arredi creati ad hoc. È in itinere, inoltre, l'elaborazione di un piano-programma che il gruppo di lavoro donerà al Comune. Si tratta di un piano strategico che prende come riferimento il «Plan Programme de l'Est» di Parigi e che mette a sistema interventi realizzati e da realizzare, che fanno capo al Comune, con altre operazioni che il team del G124 sta individuando, in modo da avere una visione unitaria, a lungo e breve termine, per la rigenerazione del quartiere. 

Il piano - elaborato con la supervisione di Vito Martelliano, docente alla Scuola di Architettura e urbanista- «in maniera organica e unitaria - spiega ancora Bartoloni - mette a sistema le azioni sociali, economiche e ambientali con le trasformazioni fisiche dello spazio urbano. Ha come obiettivo quello di infondere nuova vitalità al quartiere, portando miglioramenti sostenibili nel lungo periodo nell'ambito della rigenerazione urbana».

Gabriella Vindigni del dipartimento di Agricoltura, alimentazione e ambiente dell'Università di Catania, esperta di partecipazione e Carlo Colloca, sociologo dell'ambiente e del territorio, coordinatore del corso di laurea in Servizi sociali all'Università di Catania, sono stati coinvolti nel lavoro del G124 - Siracusa, per indirizzare i giovani progettisti nel percorso partecipato. 

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